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I
TEATRINI DELLA NATIVITÀ
Il presepe napoletano
della tradizione
di Antonio Barzaghi
Il
presepe napoletano del ‘700 è un aspetto della scultura italiana nel
quale si fondono egregiamente motivi aulici e popolari. Uno spettacolo
ricco e maestoso, caratterizzato da una mondanità, da una preziosità e
da un’eleganza a volte eccessivi. Un’opera collettiva eseguita col
ricorso ad una varietà multiforme di materiali, in cui una fantasia
esuberante e un gustosissimo realismo convivono armonicamente. Esso
trae origine da una peculiare attenzione, di chiaro stampo illuministico,
per le fogge, per gli abbigliamenti, per gli accessori, mentre sono da
rimarcare le sue tangenze con la pittura di genere, di rovine e di
paesaggi ma anche con la scenografia e con l’opera buffa, nell’intento
di inquadrare brani di vita quotidiana, peraltro sempre animati, in uno
schema generale che risulti lo specchio della realtà cittadina
partenopea.
In questi allestimenti l’arte napoletana sfoga la sua tendenza naturale
al genere, attraverso un realismo episodico e un minuzioso verismo che non
mancano di presentare aspetti sorprendenti. Il presepe accoglie in
un’ampia coralità il ricco borghese e il popolano, il mendicante, Io
storpio con la sua devastante realtà fisica, il definito e
l’indefinito, l’arcano, la malinconia e l’allegria, la speranza.
Eppure non c’è disarmonia tra i molteplici elementi che lo compongono.
Prende così corpo una galleria di caratteri, di pittoreschi
assembramenti, in cui la disperazione si intreccia al buffonesco.
Nelle sue origini più immediate il presepe napoletano si rivela un
derivato delle sacre rappresentazioni della Natività, eseguite in chiese
e conventi con burattini. I Concili deprecavano, però, che in
questi luoghi i personaggi del sacro mistero fossero impersonati da
fantocci, mossi con fili e fatti parlare con la voce di burattini.
Pertanto, scomparsi fili e burattinai, restarono i fantocci, cioè i”
pastori” con i loro indumenti di stoffa e, allo stesso modo dei
burattini, costruiti in modo che testa, braccia e gambe fossero
componibili nei più vari atteggiamenti.
L’usanza, assunta poi nel XVIII secolo, di costruire presepi, consigliò
di abbandonare le figure scolpite che richiedevano troppo tempo e di
sostituirle con altre dalla testa in terracotta che più facilmente si
potevano ricavare dallo stampo.
Ma quando e per iniziativa di chi fu costruito a Napoli il primo presepe
smontabile con figure vestite? Nel silenzio dei documenti è lecito
formulare qualche ragionevole congettura e non è arrischiato supporre che
esso sia sorto per iniziativa dei Gesuiti i quali, fin dal Natale del
1607, dieci anni dopo l’edificazione della loro chiesa a Monaco di
Baviera, cominciarono a costruire tutti gli anni, per poi scomporlo e
ricomporlo l‘anno
successivo, il primo presepe mobile con figure vestite di cui si abbia
notizia certa e di cui restino pregevoli e cospicue testimonianze.
Nel presepe napoletano, tre sono le componenti fondamentali:
l’Annunciazione ai pastori, la Nascita e a Taverna.
Il primo episodio,
fedele alla tradizione evangelica, conserva l’idea di ”sospensione del
tempo”, di sospensione metafisica di gesti e atteggiamenti. Tutto il
quotidiano, la vita nelle sue abitudini e la natura nelle sue forme,
d’un tratto si sospendono mentre il divino irrompe nella storia. Tutte
le figure, attratte da stupore e meraviglia, accorrono verso la parte
centrale della rappresentazione dove si svolge il mistero, mentre intorno
alla grotta si raccoglie tutto ciò che raggiunge la maggiore intensità
di espressione.
Nell’episodio della Nascita, la leggenda francescana e il Vangelo sono
comunque alterati: la grotta, infatti, è sostituita da simboliche rovine
che trasferiscono nel presepe il gusto dei rovinisti. La particolare
inclinazione degli allestitori presepiali partenopei a collocare nei
pressi della grotta rovine di templi pagani si desume agevolmente dalla
circostanza che nel XVIII sec. furono promossi da Carlo III di Borbone con
particolare vigore gli scavi di Ercolano e di Pompei.
La Taverna, invece, è l’elemento che ha subito la maggiore alterazione,
dove la fantasia si è sbizzarrita all’inverosimile; spesso allocata in
una grotta, altre volte nel piano terra di un rustico, è il luogo di per
sè deputato alla gioia di vivere. Tutt’intorno i commestibili sono
esibiti con abbondanza: verdure, frutta, latticini, pesce e frutti di
mare, carni, salumi, ecc. Le pose sono diverse e diversi i caratteri, gli
atteggiamenti a volte assumono toni volgari, più spesso sono misurati
nella gestualità. Nel presepe napoletano il paesaggio diventa uno
sconfinato scenario teatrale dove, ponendosi a profitto la cartapesta, il
sughero, i mattoncini, la tela dipinta, erba e terra, si esibiscono
all’osservatore ubertose vallette, vulcani fiammeggianti, fiumicelli e
torrenti, archi e colonne spezzate, avanzi di templi romani, capanne di
contadini. Chi architettava il “masso” concepiva la Palestina come un
angolo della campagna vesuviana. Negli allestimenti presepiali la
modellatura delle figure richiede l’uso dei più svariati materiali:
legno, terracotta, bistro, cinabro, stoppa, filo di ferro, cera, pelle,
bambagia, mentre ogni sorta di stoffa è impiegata per vestire i pastori,
dalla flanella alla seta, al raso, al broccato, al velluto, al damasco e
tutto questo multicolore materiale viene accuratamente cucito e arricchito
con merletti, ricami, fiocchi e nastri. Molte di queste stoffe trovano il
loro pendant ingrandito in quelle usate nella Real Fabbrica di S. Leucio,
voluta da Ferdinando IV in linea con gli insegnamenti illuministici
dell’epoca.
Una comunità operaia di setaioli, vera e propria “Città del Sole”,
dove l’uomo osservando le leggi per lui preparate dalle menti illuminate
dei Re, può vivere felice, senza preoccupazioni per il domani, guardando
al lavoro quale possibilità di integrazione con l’ambiente naturale.
Una colonia tesa a preparare tessuti che conservano ancora il fascino
vaporoso e sfuggente, dai colori caldamente miscelati, disposti in spazi e
forme dal ritmo alternato di geometrico, floreale e astratto.
Altre interessanti notazioni di costume si possono ricavare osservando il
corteo dei Magi, turba multicolore di sultani, odalische, araldi,
cammellieri, palafrenieri, guidatori di elefanti, portatori di bagagli,
suonatori, che non mancavano di fornire un pretesto per realizzare
immagini di orientali di ottima fattura e agli animalisti per fantasticare
avidamente su leoni, cammelli, scimmie.
L’interesse dei
Borbone per i presepi diviene motivo conduttore applicabile a Carlo III e
alla devota regina Amalia, per l’occasione sarta di figure presepiali:
“…Era cosa mirabile vederlo a certe ore sfaccendate del giorno con le
regie sue mani impastare de’ mattoncini e cuocerli e formar le capanne,
architettar le lontananze, situarvi i pastori e tener tutto pronto per la
sacratissima notte del Santo Natale.”
La Casa Reale trova, quindi, un pretesto per una presenza tra i sudditi
con uno strumento non trascurabile di affermazione e di propaganda.
Un’occasione festaiola e spettacolare a sostegno di una pratica
persuasiva di consenso, ma anche una forma comunicativa della sacralità
nobiliare, carica di forza immaginativa e di significati simbolici.
Così le esigenze del potere si ritrovano interamente soddisfatte intorno
alle magiche fantasticherie del presepe napoletano, mondo di sogni e di
utopie che è anche fuga dal contingente in un’atmosfera
malinconicamente sfuggente. Quando poi verrà meno il lustro delle grandi
casate e la Corte con la nobiltà napoletana si defileranno da questo
costoso hobby, turbate dagli eventi politici ed economici, queste
complesse composizioni plastiche si disperderanno nei rivoli del
collezionismo privato e i pochi presepi cortesi che ancora si possono
ammirare nelle chiese di Napoli, rispondono solo a funzioni turistiche.
Oggi il regno del presepe è soprattutto il vicolo di San Gregorio Armeno,
pittoresco e carico di dolci sorprese, dove è particolarmente piacevole
sostare e ammirare un’arte antica e affascinante. Un lavoro lento e
ammirevole, un mondo ancora ingenuo e pacifico che si collega
all’insuperata tradizione settecentesca.
Tutt’intorno la vita pulsante del ventre di Napoli e i volti di vecchi,
giovani, bambini che sembrano essere parte di quella umanità che per
primo Caravaggio elesse a soggetto
delle sue tele.
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